
Dopo lunga gestazione – l’incarico risale a quattro anni fa – ecco finalmente vedere la luce questa corposa ricerca sui marmi e le pietre di Sant’Ambrogio di Valpolicella e località circonvicine, ma anche sulle famiglie che attorno a questi materiali hanno per secoli lavorato.
Affidata a Pierpaolo Brugnoli, presidente del centro di documentazione per la storia della Valpolicella e non nuovo a questo genere di imprese, la ricerca, sostenuta anche da un gruppo di collaboratori altrettanto esperti, si è valsa solo in piccola parte di notizie già edite e si è piuttosto servita di quelle fonti, soprattutto archivistiche, fin qui mai utilizzate.
Famiglie della cui storia nulla fino ad oggi si conosceva – e che vengono a costituire l’intero paese- svelano così finalmente le loro origini antiche e le loro imprese nel settore dell’escavazione e della lavorazione di marmi e pietre che hanno fatto conoscere questa nostra terra anche in lontane regioni, dall’età romana ai nostri giorni.
La carrellata di informazioni – molte e molto varie – si arresta all’età napoleonica. Il che ci spinge ad auspicare che un eventuale rinnovato impegno di questa Amministrazione comunale e dello stesso curatore del volume possa, in un prossimo futuro, raccontarci le vicende relative al settore negli ultimi 200 anni, completando in tal modo la narrazione di ben 2.000 anni di storia.
Oggi, rispetto ad un passato anche relativamente recente, le situazioni ed i quadri di riferimento sono molto cambiati. Una rapida evoluzione, anche tecnologica, ha trasformato modi di vivere e di lavorare e nessuno sogna certo un ritorno ai tempi nei quali tutto era diverso. Ma ricordare il passato non è male. Restarvici radicati nemmeno. Diventarne gelosi custodi può pure andare bene, purchè questo non sia freno a guardare avanti. E ben vengano allora nuove attività destinate a creare, con nuovi posti di lavoro, nuove fonti di benessere, anche nel settore marmifero... ...
Il sindaco
Pier Luigi Toffalori
Sant’Ambrogio di Valpolicella, i suoi marmi, le sue pietre e la sua gente. Un tema ampio, sul quale tanto è stato scritto ma tanto resta ancora da scrivere…..
La storia di questi marmi e di queste pietre si dipana lungo duemila anni e si sfaccetta in vari aspetti: geologia e mineralogia, escavazione e lavorazione, commercializzazione e trasporti. Tutto ciò a margine di circostanze fortunatissime e quindi vincenti: la bellezza e la rarità dei materiali ( il marmo rosso è stata prerogativa soltanto locale); la loro relativa abbondanza; la vicinanza delle cave all’Adige, grande via d’acqua che fin dall’antichità apriva la Valpolicella a tutto il bacino mediterraneo, e poi per risalita di altri fiumi (in specie il Po e i suoi affluenti) metteva in relazione la nostra zona marmifera anche con tutte le città dell’entroterra padano.
Gli abitanti di questa zona non solo avevano la materia prima. Per loro ulteriore fortuna un grande fiume “autostrada” europea di merci fino all’avvento della ferrovia, scorreva ai loro piedi. Un grande fiume che consentiva il trasporto di merci pesanti in tutto il bacino adriatico, con risalita, attraverso altri fiumi e canali, all’interno delle terre che si affacciavano sul mare. Così si inviavano pietre e marmi a Verona, ma anche a Modena o a Ferrara, ad Ancona o a Venezia, alle bocche di Cattaro e persino in Piemonte. ……..
Ovunque nelle città poste lungo le vie d’acqua interne alla Padania o le rive adriatiche troviamo marmi di Sant’Ambrogio…..nel 1454 marmi veronesi giunsero nel cantiere riminese del Tempio malatestiano e nel 1616 monumentali fontane di marmo rosso furono erette davanti alla Basilica della Madonna di Loreto, e così marmi approdarono a Ravenna, a Brescia, a Padova, a Vicenza, a Treviso, a Carpi e a Mirandola….
L’attuale comune di Sant’Ambrogio, il più industrializzato ancor oggi tra i comuni della Valpolicella, posto sul versante sinistro dello sbocco dell’Adige dalla Val Lagarina nella Pianura Padana, su di un vasto territorio che va dagli 87 ai 1075 metri s.l.m., comprende oggi oltre al Capoluogo (con Corgnan, Grola e Sengia), anche Domegliara (con Cà de Piceo, Osteria Maggi), Gargagnago (con Giare e Monteleone), Monte (con Calcarole), Ponton e San Giorgio.
Siamo nella zona abitata fin dalle ere preistoriche: Mandaiole, Passo del Picon, Cà Verde, Domegliara, lo stesso Capoluogo, San Giorgio, Monte e Solane hanno restituito, nel corso degli ultimi 100 anni, testimonianze di grande interesse scientifico. Qui erano i villaggi retici costruiti interamente sulla pietra…….
Anche altre località del veronese erano un tempo, e sono ancora in parte ancor oggi, interessate alla escavazione del marmo e della pietra; un po’ tutta la regione baldense, ma anche le altre valli della Valpolicella, la Valpantena e la Lessinia Centrale, la Val di Mezzane e la Val d’Illasi e quella dell’Alpone. Il Giallo di Torri, la Lumachella di San Vitale, il Bianco di Incaffi, erano marmi assai apprezzati assieme ai neri, cenerini, rossi e altri materiali lapidei colorati, reperibili un po’ ovunque e impiegati soprattutto come marmi ornamentali per rivestimenti….
La cava non produce soltanto marmi o pietre, ma anche sassi da calce e sgaie che altro non sarebbero se non ciò che oggi noi chiameremmo cocciame. Recuperati, venivano anch’essi utilizzati come materiali da costruzioni in loco ma anche avviati in varie città. I sassi erano spediti anche alla volta dei cantieri di arginatura dei fiumi o di difese militari. Un commercio questo durato anch’esso fino ai nostri giorni.
Nel corso della ricerca ci si è pure accorti che il mondo degli addetti all’escavazione e alla lavorazione del marmo ha, almeno fino alle soglie dei nostri giorni, le sue gerarchie, o meglio le sue figure professionali, anche se dai contorni non sempre ben definiti.
C’è il proprietario, o comunque il gestore di cave. Ci si riferisce a lui con il termine “montanar” (dalla montagna, cioè da una o più cave con cui ha a che fare). Andare alla montagna diviene sinonimo di andare alle cave: e vi si recano architetti e ingegneri, scultori e capimastri, intermediari e commercianti, a scegliere personalmente i vari blocchi di marmo cui dare forma.
C’è lo “spezzamonte o spiciamonte”, che è lo spaccapietre al quale si riserva il compito di estrarre le lastre di pietra dalle “buse” (gallerie), e che all’occorrenza è in grado di aiutare i “lapidici” presenti in cava a sgrezzare i materiali estratti.
C’è poi il vero e proprio scultore, lo “Statuario”.
C’è ancora il “lustrador”il cui compito è quello di far risaltare le qualità e i colori dei marmi attraverso appunto la loro lucidatura mediante l’uso di pietra pomice e l’”onto de gombio”
……..
Ringraziamenti si devono in questa occasione a varie persone che hanno in qualche misura assistito, sempre con disponibilità, con consigli, con suggerimenti, con notizie la ricerca…..
Pierpaolo Brugnoli
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